|
Ricordando il Bangla Desh, l'arte di Ravi Shankar
(dal sito
www.drammaturgia.it)
Per gli appassionati dei film musicali il ricordo va al concerto per
il Bangladesh, la maratona al Madison Square Garden di New York del 1
agosto 1971 antesignana del Live Aid e delle manifestazioni musicali
per beneficenza. L'ex-Beatle George Harrison chiamò tanti amici: Bob
Dylan, Leon Russell, Eric Clapton, ma soprattutto affidò l'apertura
del concerto a un uomo indiano dalla piccola statura, sempre
sorridente, di nome Ravi Shankar. Suonava uno strumento a molti
sconosciuto, il sitar, complicato e affascinante nel suono e nella
forma. Eppure il mondo della musica popolare e del rock'n'roll aveva
già iniziato a conoscerlo come ispiratore di alcune atmosfere dei
Beatles (soprattutto del già citato Harrison) e per la partecipazione
al Festival di Monterrey, precedente alla grande kermesse di Woodstock.
Shankar, nella prima facciata in vinile del triplo album, presentò un
lungo brano chiamato Bangla Duhn. Grazie a questa partecipazione, la
musica indiana e l'arte di Shankar iniziarono a fare breccia nel
pubblico e in tanti artisti che vollero collaborare con lui: da Yehudi
Menhuin a Philip Glass, Jean-Pierre Rampal e tanti altri. Per questo
assistere a una data della tournée che il maestro indiano ha voluto
intraprendere a 85 anni era un'occasione imperdibile. Il concerto è
durato un'ora e mezza, ed era costituito da soli quattro brani che
però avevano una struttura molto articolata, molto simile a quella del
Bangla Duhn ricordato in precedenza. Una partenza melodica, lenta,
quasi un recitativo per il sitar che intona un tema, poi l'apporto
delle percussioni e di nuovi disegni ritmici, quindi una lunga
sequenza di improvvisazioni e disegni virtuosistici. Il Maru Bihag
iniziale ha visto protagonisti i due sitar, quasi per sottolineare lo
stile di padre e figlia, quest'ultima sicuramente più tecnica rispetto
alla grande naturalezza mostrata da Ravi, ma ugualmente efficace. Il
Ruda Chal successivo era suddiviso in 7 momenti, secondo una sequenza
3-2-2, dove sono evidenziati di volta in volta temi differenti. Ancora
più complesso il Raga Kervani con una divisione in 12 momenti (in
questo caso la sequenza era 4-4-2-2), mentre il conclusivo Panjamse
Raga univa temi popolari a una forma che Shankar ha definito
semiclassica. La differenza di civiltà è stata superata senza problemi
dall'abilità degli esecutori (eccezionale anche la prova di Bose alle
Tabla) e dal fascino di questa grande tradizione che né le colonne
sonore di Bollywood o i vari Panjabi con le contaminazioni da
discoteca possono far dimenticare. Non era solo la vera India musicale
a uscirne alla grande, ma soprattutto la vera arte che non ha confini.
Scontate le ovazioni dei 4500 spettatori che hanno assistito al
concerto in un silenzio assoluto, anche perché difficilmente il
maestro indiano affronterà un nuovo tour così faticoso tra Stati Uniti
ed Europa. |
|
|
 |
|
Ravi Shankar |
 |
|
Ravi Shankar |
 |
|
Anuska Shankar |
|