|
Omaggio a Nino Ferrer
(dal sito
www.drammaturgia.it)
Era un caldo pomeriggio di agosto di qualche anno fa quando arrivò in
Italia la notizia del suicidio di Nino Ferrer, nome d'arte di Agostino
Ferrari. Una giornata poco adatta per cambiare i palinsesti televisivi
mentre le pagine dei giornali più importanti, almeno quel giorno,
ricordarono la figura di questo artista che comunque aveva
caratterizzato un periodo della nostra storia televisiva regalando al
tempo stesso canzoni importanti. Sempre in bilico tra Italia e
Francia, scegliendo alla fine quest’ultima per residenza definitiva e
cittadinanza, ebbe una vita musicale intensa e un’esistenza
avventurosa dai tanti interessi e passioni. Fu un colpo di fucile a
troncarla il 13 agosto 1998, pochi giorni prima del suo
sessantaquattresimo compleanno: il corpo di Ferrer fu trovato in una
campo di grano nel sud-ovest della Francia dove si era stabilito per
dedicarsi in modo ormai totale alla pittura. Oggi la Francia, che lo
aveva insignito nel 1986 di Cavaliere delle lettere e delle arti, lo
ricorda con due operazioni discografiche ambiziose: una che lo vede
protagonista in prima persona con la riproposta in cofanetto della sua
opera omnia in Cd, l’altra con un tributo di artisti dell’attuale
scena musicale d’oltralpe. In Italia ancora niente, nonostante che nel
suo cuore fosse rimasto italiano, anzi un tipo particolare d’italiano:
un emigrante.
Nato il 15 agosto del 1934 a Genova da padre italiano, un ingegnere, e
da madre francese, Agostino Ferrari rimane nella città ligure soltanto
sei mesi per poi trascorrere l'infanzia in Nuova Caledonia, dove suo
padre è impiegato in una miniera di nichel. Nel 1939, mentre si trova
in Francia con sua madre, viene costretto dagli eventi bellici a
tornare a Genova dove resta per tutto il periodo della guerra. Quindi
dopo il ritorno del padre, la famiglia si trasferisce a Parigi nel
1947, dove Nino (lo chiameremo sempre così) compie gli studi superiori
e universitari nella prestigiosa Università della Sorbonne,
laureandosi in lettere e filosofia, indirizzo archeologico. La grande
passione per la cultura e l’arte figurativa però sono destinate a
lasciare il passo a quella per la musica. <Avevo 16 anni _ ricordava _
studiavo dai gesuiti quando mi innamorai del jazz, del rhythm'n'blues
e del contrabbasso. A cantare ho cominciato solo all’inizio degli anni
‘60>. Infatti inizia verso la fine degli anni Cinquanta come bassista
jazz per Richard Bennett, Bill Coleman e Nancy Halloway, girando con
il suo complesso tutti i locali notturni della capitale francese e
incidendo una decina di 45 giri nel 1959 per una piccola etichetta.
Scoperto e affinato un suo timbro di voce del tutto particolare, dalle
tonalità roche, fonda presto un suo gruppo di rhythm'n'blues incidendo
con esso un primo 33 giri che contiene già due suoi brani, destinati a
diventare dei classici: Le port de salut e La polka des mandibules.
E’ il prologo di un decennio fortunato nei paesi tra i quali ha diviso
la sua storia. Nel 1962 è Nacy Halloway che lo fa debuttare
all’Olympia, mentre arriva in Italia verso la fine degli anni ’60 dopo
aver trionfato in Francia con Mirza (un rhythm'n'blues trascinante e
divertente), Le tèlèfon (Il telefono nella versione italiana) e un
altro brano di grande presa come Les cornichons (originariamente Big
Nick) ovvero i cetriolini sottaceto che in Italia diverranno Il
baccalà, un brano tutt’ora sigla de programma televisivo Le Iene. Ma
già Mina aveva accolto e braccia aperte un suo brano melodico, C’est
Irreparable che in italiano diventerà Un anno d’amore. E’ un tale
successo che la Tigre di Cremona ne prepara versioni in turco e in
giapponese per conquistare i mercati di quei paesi. Ciò che però resta
nell’immaginario collettivo del nostro pubblico è un brano del 1967
rivoluzionario per testo e musica, Vorrei la pelle nera (Je veux etre
noir) in cui si chiedeva esplicitamente a Wilson Pickett e James Brown
di dare ispirazione e sostanza soul ai brani di un bianco europeo dai
capelli biondi. La televisione si accorge di lui e due trasmissioni
solo strettamente legate a brani che lui interpreta: la Settevoci di
Pippo Baudo ha come sigla Donna Rosa, mentre per Io, Agata e tu (che
lo vede protagonista nella prima serata del sabato con Raffaella Carrà
e Nino Taranto) ripropone la vecchia Agata dei napoletani Pisano e
Cioffi. Immancabilmente arriva anche Sanremo: nel 1968 (l’anno di
Louis Armstrong con Mi va di cantare) interpreta Il re d’Inghilterra
in coppia con Pilade, nel 1970 canta Re di Cuori abbinato a Caterina
Caselli, e nel 1971 Amsterdam, cantata anche da Rosanna Fratello.
Presenze accompagnate da messe in scena piuttosto eccentriche come
quando si presentò la prima volta a bordo di una Rolls Royce e
accompagnato da un cagnolino.
Grandi passioni di Nino Ferrer, d’atra parte, sono sia le auto di
grossa cilindrata sia i cani, oltre alle pipe di cui fa collezione. In
Italia si fa mandare il suo parco di automobili che oltre alla Rolls,
comprende una Jaguar e una Bentley, <anche se ogni tanto _ diceva _
faccio la pazzia di andare in motocicletta a 185>. A Roma abita vicino
a piazza Navona circondato da maggiordomo e governante. Sulla musica
ha le idee chiare: <Nessuno di noi è fatto in una sola maniera _
racconta nel 1970 al Corriere della Sera e io odio le classificazioni.
Anche nelle canzoni. Un giorno mi viene fuori Donna Rosa e un altro La
Rua Madureira che è la mia preferita ma che purtroppo non ha fatto una
lira o Povero Cristo che la radio sicuramente non trasmetterà e che
quindi pochi sentiranno. Perché a me capita questo guaio: il pubblico
di Donna Rosa non mi vuole in un genere più impegnato e non lo chiede,
e l’altro che lo apprezzerebbe, non lo può conoscere>.
Qualcosa infatti sta cambiando, anche nel modo di scrivere. Il Povero
Cristo diventerà La maison près de la fontaine e incluso in un album,
Metronomie, fortemente legato alla psichedelica e al Rock anni ’70.
Mentre. prima in inglese per conquistare con un album il mercato
americano e poi in francese, nasce nel 1973 uno dei suoi capolavori Le
Sud, sguardo tenero e critico verso il Sud del mondo, dall’Europa
all’Africa, la cui bellezza è pari solo alla propria capacità di
autodistruzione. C’è poi una travolgente love story con Brigitte
Bardot e l’insistenza delle cronache rosa lo porta a sparire dalla
scena. Forse anche per proteggere la nascita del figlio avuto dalla
segretaria Kinou Monestier, destinata a diventare sua moglie. Gli anni
successivi lo vedono continuamente ritirarsi e tornare sulle scene. Il
suo ultimo album è del 1993: Dèsabusion che è un mix tra le parole
dèsillusion e dèsabussement, disillusione e distacco, mentre in Italia
lo ritroviamo in trasmissioni televisive come Una rotonda sul mare con
Red Ronnie e C’era una volta il festival con Mike Buongiorno. Poi il
ritiro nelle campagne sperdute tra Bordeaux e Tolosa dove dipingeva
quadri alla Dalì. Poi nel 1998 la morte della madre, forse la ragione
all’origine del suicidio.
Nell’opera omnia di Ferrer ci sono due album imperdibili per
conosecere l’artista: quelli dal vivo. Enregistrement public del 1966
(Riviera/Barclay) lo vede impegnato a interpretare le canzoni più
famose davanti a un gruppo di amici e conoscenti all’Ambassy Club
ricavato in un castello nei pressi di Digione. Qui troviamo molto del
Ferrer legato al rhythm'n'blues con Les Cornichons, Pour oublier qu’on
s’est aimé, Shake Shake Ferrer due versioni di classici soul tra cui
Si tu m’aimes ancore adattamento di It’s a man’s man’s man’s world di
James Brown. Oltre alla voce in gran spolvero, Ferrer può contare su
gruppo di grande livello, specialmente nella sezione dei fiati .
L’altro è Concert chez Harry (Barclay/Universal) inciso nel 1995 e
quindi vero e proprio testamento spirituale. Tornano le canzoni più
amate: La maison près de la fontane, La Rua Madureira, Mirza, Le
téléfon, Le Sud ma anche canzoni composte negli anni della maturità
oltre a un brano ispirato dell’Amleto di Shakespeare. La copertina è
disegnata da Hugo Pratt e tratta da Corto Maltese in Siberia. Ma anche
Metronomie (Riviera/Barclay) è di grande interesse con le due suites
che portano il titolo dell’album, e brani provocatori come Les enfants
de la Patrie e Cannabis.
Infine l’album-tributo, pubblicato dalla Universal francese, dal
titolo On dirait Nino, che parafrasa un verso della canzone Le sud. Il
disco contiene 15 tracce, di cui 13 in francese, una in italiano e una
in inglese. Ci sono quasi tutti i grandi successi dell'artista (tra le
eccezioni Les cornichons) affidati a musicisti della nuova scena
francese o comunque francofona, un ambito che difficilmente varca le
Alpi verso sud. Questo album è quindi l'occasione buona per tastare il
polso di una tradizione musicale che dopo Brassens, Brel, Ferré,
Gainsbourg, non ci ha fornito personaggi di statura analoga. I momenti
per apprezzare il lavoro svolto non mancano, a partire dal
belga-fiammingo Arno, che si lancia in una graffiante Mirza mescolando
il rhythm'n'blues originario a un'atmosfera punk. C'è Fabio
Viscogliosi da Lione, già Premio Ciampi nel 2003, che torna alle sue
origini con Un anno d'amore dando al brano una lettura quasi onirica.
C'è l'ironia di J.P. Nataf e di -M- a cui sono affidate le prime due
tracce Oh! Hè! Hein! Bon! e Je vend des robes (Viva la campagna, anche
questa portata alla ribalta dalla nostra Tv nei tardi anni sessanta)
che riportano queste filastrocche-rap ante litteram in una sonorità
dai toni psichedelici. Ci sono le donne, come La Grande Sophie, che dà
di Je veux etre noir una versione più lenta, da preghiera, e Helena
che trasforma Le téléfon in una melodia evanescente. C'è La Rua
Madureira in due versioni, una più essenziale, quasi da club
jazzistico di Cali, e l'altra degli Autour de Lucie in stile bossa
nova. In due versioni c’è anche Le Sud: una di Alain Bashung e l’altra
in inglese del gruppo belga Venus. Ma c'è soprattutto la grande arte
di Ferrer, un artista che l'Italia dovrebbe ricordare più
adeguatamente e che da questo album e dalla ristampa dei suoi dischi
dovrebbe trarre una lezione di professionalità e di grande creatività.
Michele Manzotti |
|
|
 |
|
Nino Ferrer a Londra |
 |
|
Davanti alla sua
Bentley |
 |
|
Mentre canta
Amsterdam a Sanremo |
 |
|
La copertina
dell'album tributo |
|